1948, Boxing Day. La neve scende leggiadra, posandosi sul manto erboso che fa da teatro ad una vicenda che ha dell’incredibile. In una cornice degna della miglior novella di Charles Dickens, ha luogo una partita di calcio che entrerà negli annali della storia. Sotto gli occhi di due appassionate tifoserie, tutto fa intendere si tratti di una partita come le altre. Nessuno può immaginare che quanto accadrà di lì a poco sconvolgerà le sorti di un intero club. Siamo nella Belfast degli anni ’40, in un clima dove il canto dei tifosi si mescola alle tensioni politiche del periodo.
Sul terreno di gioco, il rumore dei tacchetti sembra quello di una partita come le altre. La bolgia del Windsor Park, di lì a poco, si trasformerà in qualcosa di più esplosivo. Per ora, si tratta di rincorrere quella sfera, cercando di difendere un risultato che preannuncia la vittoria. Tra improperi e sguardi torvi, si muove il vessillo di una comunità spezzata: il Belfast Celtic.
Belfast Celtic: tra religione e politica
Proviamo ad immaginarci abitanti di una Belfast in cui religione e politica s’intrecciano. Siamo negli anni in cui dei vecchi pub diventano luogo di incontro per gli operai delle grigie fabbriche irlandesi. Muri impalpabili tracciano confini invisibili tra quartieri, famiglie e comunità. Eppure, basterà una semplice sfera rattoppata alla bell’e meglio per delineare i tratti di un nuovo vessillo in cui riconoscersi. Siamo nel 1891, nel cuore pulsante della Belfast cattolica, nell’incrocio tra Donegall Road e Falls Road. Un gruppo di giovani decide di dare vita ad un progetto che diventerà parte integrante della storia cittadina. Indossano una maglia biancoverde e hanno in mente il modello rappresentato dai “cugini” scozzesi del Celtic di Glasgow: è nato il Belfast Celtic. Dai quartieri operai belfastiani, prende forma un punto di riferimento identitario e calcistico. Sullo sfondo, emergono i primi contrasti con l’anima protestante di Belfast, il Linfield. In questo contesto, le prime importanti vittorie sul campo giungono proprio contro i rivali. I biancoverdi, infatti, conquistano più volte il titolo nazionale sotto gli occhi degli avversari protestanti.
Il Celtic Park, inizialmente, fu percepito come un piccolo angolo di Eden per i nazionalisti cattolici d’Irlanda. Ben presto, però, le tensioni locali attraversarono i cancelli del The Paradise – così fu ribattezzato l’impianto del club – trasformandolo lentamente in un Inferno in Terra. Mentre a Downing Street gli alti vertici politici decidevano il futuro dell’Ulster dopo la Partizione, Belfast sembrava isolarsi dal resto del mondo. Campionato dopo campionato, la comunità cattolica si stringeva intorno ad una squadra ormai divenuta un punto di riferimento. Al tempo stesso, le voci sugli spalti si facevano sempre più aggressive. La profonda frattura politico-religiosa era incarnata dall’altra faccia della medaglia, il Linfield. Mentre i giocatori si guardavano in cagnesco, il campo da gioco diveniva sempre più il teatro di una guerra mai dichiarata.
Belfast Celtic: Il giorno in cui l’arpa smise di suonare
Mentre a Glasgow lo scontro fra Celtic e Rangers si consuma dentro il rettangolo verde, in Irlanda la situazione è ben diversa. Il Windsor Park, invece, continua ad ospitare undici uomini in maglia blu, al ritmo di God Save the King. Poco lontano, i cancelli del vecchio Celtic Park sono arrugginiti e, nel vuoto degli spalti, si può persino udire il sibilo del vento. Oggi, il Belfast Celtic, è ricordato soprattutto per il Boxing Day più surreale – e controverso – della storia irlandese. Ci troviamo nell’impianto che sorge nel cuore dalla zona sud di Belfast. I giocatori si muovono per il campo, stringendo i denti ogni volta che i tacchetti affondano sull’erba. A ridosso del fischio finale, gli sguardi sembrano convergere verso un giovane attaccante, già volto di quel Celtic. Il suo nome è Jimmy Jones. Per uno strano scherzo del destino quel ragazzo di Keady diventerà l’idolo della Belfast cattolica, nonostante lui stesso fosse protestante. Poco tempo prima di quell’infausto Boxing Day, inoltre, aveva rifiutato la corte del Linfield. Ora, invece, i fischi assordanti del Windsor accompagnano ogni suo movimento in mezzo al campo.
Poco prima dell’intervallo, uno scontro fortuito aveva costretto Bob Bryson – perno della difesa avversaria – ad uscire in barella. Così, era diventato il bersaglio designato di una tifoseria sempre più agguerrita. Il Linfield è sotto di un gol, mentre i biancoverdi difendono il risultato. Manca poco ad un triplice fischio che non decreterà solo la fine del match. Improvvisamente, qualcosa sconvolge i piani del Belfast. Con un guizzo, Billy Simpson insacca alle spalle di Mick O’Flanagan. Il tempo sembra fermarsi. I giocatori trattengono il respiro: questa rete complica i piani, ma il vantaggio in classifica rimane immutato. Tuttavia, nessuno immagina che il calcio, di lì a poco, passerà in secondo piano.
L’arbitro avvicina il fischietto alle labbra: la partita è finita. Improvvisamente, dagli spalti si ode un boato. Inizia una feroce caccia all’uomo in quel rettangolo verde. L’obiettivo? Jimmy Jones. Travolto dalla furia dei tifosi avversari, il centravanti si accascia al suolo sotto i colpi dei suoi aggressori. Quella sera, le sorti di un uomo e quelle di un intero club finiscono per intrecciarsi sotto lo sguardo del Windsor Park. La carriera di Jones si sarebbe fermata quella tragica sera se non fosse stato per un tempestivo intervento medico. Due anni dopo, il prolifico attaccante torna a calcare i campi dell’Irish League, ma non con i colori che lo avevano lanciato del grande calcio. Il logo cucito sul petto, stavolta, è quello del Glenavon, mentre la maglia biancoverde è riposta in un vecchio armadietto. Come si è arrivati alla fine del Celtic?
Dopo quell’infausto Boxing Day, i dirigenti della squadra compresero che l’accaduto non era solo “un problema legato al calcio” – per riprendere le parole del giornalista Frank Curren sulla vicenda. La Federazione Irlandese era stata chiara: le porte del Celtic Park sarebbero rimaste chiuse per due turni. Di tutta risposta, la dirigenza biancoverde decise di ritirare la squadra dal campionato, segnando l’inizio della fine. I Celts furono protagonisti di un’ultima tournée negli Stati Uniti ma il sipario calerà definitivamente solo nel 1960. L’ultimo match, disputato contro il Coleraine, chiude l’ultimo capitolo nella storia del Celtic di Belfast. Lo stadio, l’antico The Paradise, ormai è solo un guscio vuoto, uno degli ultimi simboli dell’anima cattolica della città. Poco lontano, un boato accoglie un undici in maglia blu, mentre la rivalità di un tempo è sparita, lasciando spazio a nuove sfide, come quella col Glentoran.
Il Linfield era in testa alla classifica, con 3 punti in più dei rivali cittadini e una vittoria del campionato mancava da troppo tempo a Windsor Park, in quella Belfast protestante e lealista, che negli ultimi anni aveva dovuto assistere in maniera impotente al dominio dei cugini cattolici dei Celtic.