Il calcio moderno sta correndo a una velocità vertiginosa, ma il rischio concreto è che il motore del sistema finisca per gripparsi sotto il peso di un’eccessiva usura. Il dibattito sulla saturazione del calendario calcistico è tornato prepotentemente al centro dell’agenda mediatica in Inghilterra, infiammando le pagine dei principali quotidiani sportivi. Allenatori, direttori sportivi e associazioni di categoria continuano a levare la voce contro un’offerta di partite che ha superato ogni soglia di sostenibilità biologica e mentale per gli atleti, trasformando il rettangolo verde in una maratona senza fine.
La denuncia dei manager della Premier League
Le lamentele dei tecnici della Premier League non sono più semplici sfatti episodici dettati dalla tensione del post-partita, ma denunce strutturali e circostanziate. Allenatori di caratura internazionale denunciano apertamente come la combinazione letale tra i campionati nazionali, le coppe europee allargate — con le nuove formule a girone unico della Champions League e delle altre competizioni UEFA, le coppe nazionali e le continue soste per le nazionali stia riducendo drasticamente il tempo dedicato al recupero e alla preparazione atletica.
Secondo i manager, i calciatori di alto livello sono costantemente esposti a un rischio infortuni esponenziale. Sessioni di allenamento tattico ridotte all’osso, viaggi transoceanici per le amichevoli o le qualificazioni delle selezioni nazionali e una sequenza ininterrotta di impegni ogni tre giorni non lasciano spazio alla rigenerazione muscolare. Il risultato visibile di questa pressione è l’aumento vertiginoso dei traumi muscolari e dei lunghi stop che decimano le rose dei top club già a metà stagione. Maheta Molango, l’Amministrato Delegato del Professional Footballers’ Association, ha detto:
“Quando l’Inghilterra vede cinque giocatori che devono rinunciare, quando il momento più orgoglioso per un calciatore è essere convocato in nazionale, ti chiedi subito: che cosa non va in questo settore? Vedi gente come Cole Palmer, uno che avrebbe giocato quattro estati consecutive se fosse andato al Mondiale, e ti chiedi perché manca. Manca perché è una vittima del calendario, e questo è qualcosa che deve assolutamente far scattare l’allarme.”
La denuncia dei manager della Premier League
Non sono soltanto i tecnici a lanciare l’allarme. La FIFPRO (il sindacato mondiale dei calciatori) e le varie associazioni locali dei giocatori britannici hanno più volte sottolineato come la salute psico-fisica dei professionisti venga regolarmente sacrificata in nome di logiche puramente commerciali e di intrattenimento globale. Giocare settanta o ottantadue partite all’anno significa spremere gli atleti fino al limite estremo, compromettendo non solo la longevità delle loro carriere, ma anche la qualità stessa dello spettacolo offerto in campo, inevitabilmente condizionato dalla stanchezza cronica dei protagonisti.
