Mentre il Manchester City di Pep Guardiola alza trofei al ritmo di un computer impazzito, esiste un fermo immagine, datato 2000, che ci ricorda da dove è partita tutta questa storia. Non è un documentario di Amazon Prime, ma un ragazzino magrolino con la maglia troppo larga e un paio di scarpini che sanno di fango e leggenda.
Dopo oltre 25 anni dalla sua uscita, “Jimmy Grimble” non è più solo un film per ragazzi: è diventato un trattato di archeologia calcistica.
Il fascino sporco di Maine Road
Chi scrive di calcio britannico sa che gli stadi moderni sono cattedrali di vetro e acciaio, bellissime ma asettiche. Rivedere oggi le scene finali di Jimmy Grimble significa fare un viaggio a Maine Road, la “Old Lady” del City demolita nel 2004. Il film ha immortalato quegli spalti irregolari, i seggiolini scoloriti e l’odore di pioggia del Moss Side che oggi sono stati sostituiti dal lusso dell’Etihad. Jimmy che corre verso la porta non sta solo segnando un gol: sta calpestando un’erba che non esiste più, in un calcio dove il tifo era ancora una questione di quartiere e non di global marketing.
Il film non è solo calcio, è urbanistica sociale. Moss Side, il quartiere che ospitava Maine Road, era una delle zone più complicate di Manchester. Vedere Jimmy che calcia contro i muri di mattoni rossi delle ‘terraced houses’ spiega perfettamente perché lo stadio fosse integrato nel tessuto sociale: non c’erano parcheggi multipiano o fan zone, c’erano solo le case della working class che respiravano insieme ai tifosi. Oggi, dove c’era il dischetto del rigore, ci sono villette a schiera e giardini privati: un’eredità che il film ha congelato per sempre.
La scelta di essere “Second Best”
C’è una battuta nel film che definisce un’intera epoca: “Ma papà, lo United è la squadra più forte del mondo!”. La risposta di Jimmy è l’essenza del tifo britannico: il City non era la scelta razionale, era la scelta di chi stava ai margini. Negli anni 2000, tifare i Citizens significava accettare la sconfitta con dignità, cantare Blue Moon sapendo che l’indomani a scuola i tifosi dei Red Devils ti avrebbero preso in giro. Jimmy Grimble incarna quel romanticismo della resistenza: in un mondo che ti obbliga a essere vincente, Jimmy ci ha insegnato che si può splendere anche con gli scarpini vecchi di una vecchia gloria.
Bisogna ricordare cosa fosse il City in quell’anno: il club era appena tornato in Premier League dopo un doppio salto incredibile dalla Second Division. Era il City di Joe Royle, di Shaun Goater e di un giovane Shaun Wright-Phillips. Un club che viveva di ‘Typical City’, ovvero l’innata capacità di rovinare tutto sul più bello. Jimmy non sogna di giocare per la squadra dei record, ma per una nobile decaduta che lottava per non sparire.
L’estetica del cuoio contro il neon
Proprio quegli scarpini meritano una riflessione a parte. In un’epoca in cui i calciatori cambiano scarpini color neon ogni tre partite, il feticismo di Jimmy per quegli attrezzi da lavoro neri è l’ultima forma di resistenza. Il film non lo dice esplicitamente, ma quel modello evoca le mitiche Stylo Matchmakers o le Adidas Copa Mundial prive di brand. Scarpe che avevano bisogno di grasso, amore e cura. Erano strumenti pesanti, fatti di cuoio vero, che portavano addosso il peso della storia di chi li aveva indossati prima. Vedere Jimmy che pulisce quelle scarpe con devozione ci ricorda che, prima della tecnologia aerospaziale applicata alle suole, il calcio era un mestiere che passava per le mani, oltre che per i piedi.
Dal Britpop al Tiki-Taka: cosa abbiamo perso?
La colonna sonora del film, con gli Stone Roses, The Charlatans, Happy Mondays, Freestylers e Fatboy Slim, era il battito cardiaco di una Manchester che produceva musica e operai. Oggi quella città è cambiata, il City è cambiato, e forse anche il calcio inglese ha perso quella polvere magica che faceva credere a un ragazzino di poter cambiare il suo destino grazie a un paio di tacchetti consumati.
Forse il vero scarpino magico oggi non servirebbe a segnare un gol sotto la curva, ma a teletrasportarci indietro in quel calcio dove un ragazzino bullizzato poteva ancora sentirsi il re di Manchester per un pomeriggio, senza dover passare per un’accademia da milioni di sterline. In questo calcio fatto di algoritmi e superleghe, Jimmy Grimble resta lì a ricordarci che, sotto la pioggia del Nord, tutto quello che serve davvero è un sogno e un paio di scarpe vecchie.
Scrivere di Jimmy Grimble oggi non serve a recensire un film, ma a ricordarci chi eravamo: prima del lusso, prima degli sceicchi e prima che il calcio diventasse un’equazione perfetta. Perché, in fondo, saremo sempre quel ragazzino magrolino che pulisce il cuoio sperando in un miracolo.