Maledetta nostalgia. In casa Sunderland, il concetto deve essere rimbalzato come un mantra dalla stagione 2016-17, ovvero da quella in cui dovette abbandonare il palcoscenico della Premier League e prendere l’ascensore per la Championship. Ma, per quanto possa essere ciò che tiene vivo il desiderio dell’avverarsi di un sogno, la nostalgia, se il sogno non si muta in realtà, rimane qualcosa di sterile e di vuoto. Un concetto che il Sunderland ha memorizzato bene e, soprattutto, tradotto la scorsa stagione quando gli si sono rispalancate le porte del pianeta più luminoso del calcio inglese. L’imperiosa cavalcata cominciò, tanto per fare un po’ di memoria storica, con la stagione regolare con 76 punti e il quarto posto nel carniere partoriti da 21 vittorie, tredici divisioni della posta e dodici giornate a vuoto con 58 ruggiti realizzativi nelle porte avversarie e 44 subiti dalla concorrenza.
Più che sufficienti per accomodarsi nel salotto playoff, maledettamente pochi per non guastare la festa a Leeds e Burnley che nel frattempo salutavano e salivano sul treno stazione Premier. La squadra di Daniel Farke con un biglietto di prima classe, quella di Scott Parker con uno di seconda ma poco importa. Lo scampolo di memoria storica, quindi, deve di necessità abbracciare anche la fase playoff in cui il sodalizio di Le Bris coltivò un pensiero più o meno equivalente alla Titanic di De Gregori. Ma chi l’ha detto che in terza classe si viaggia male? Solo che il Sunderland non affondò, anzi, prese decisamente il largo facendo rotolare giù dal pendio i sogni diCoventry City prima e Sheffield United poi. Seguì l’avviso a Leeds e Burnley: ci rivedremo anche la stagione a venire.
Sunderland, la situazione attuale
Un primo rilievo da fare è che la squadra, a partire dal suo tecnico, non ha commesso l’ingenuità di disfare l’ossatura grazie a cui aveva spiccato il volo. Tenendo un Le Bris profondo conoscitore dell’ambiente, ha giustamente ritenuto, sinora non smentita dai fatti, che potesse tranquillamente regalare sorrisi al sodalizio anche al piano di sopra. Mettendo insieme tre vocaboli, o meglio, tre concetti, si evince in effetti che tra lui e il Sunderland la simbiosi è perfetta. La squadra ha come prima sillaba il sole, gioca nello Stadium of Light e come allenatore ha uno che di nome fa Regis. Che, se proprio bisogna togliere un po’ di polvere al latinorum, è il genitivo di rex.
Nominalmente tutto si tiene. E, sinora, anche sul piano dei risultati. Perché il sodalizio del sole fa brillare una luce di 43 punti che valgono l’undicesimo posto. Non nell’Olimpo, ma comunque distante dall’area risucchio verso le zone basse. Sul piano delle reti, il bilancio dare- avere è in negativo con un meno quattro. Ma, a differenza di quanto insegnava il filosofo positivista Auguste Comte, accontentarsi del dato grezzo della realtà sarebbe delittuoso. E’ vero, da un lato, che la squadra avrebbe bisogno di rendere un po’ più pungente il suo reparto realizzativo. Ma lo è anche che le trentasei reti raccolte in fondo alla propria porta sono sempre meno di qulle subite, per esempio, da Manchester United, Aston Villa, Liverpool e Chelsea.
Sunderland, attenti a quei quattro
E allora andiamo a vedere quale sia la paternità delle 32 reti, quantomeno quella più vistosa. L’uomo chiave in zona realizzativa è in questo momento indiscutibilmente Brian Ebezener Adjej Brobbey, d’ora in avanti solo Brobbey, fratello d’arte visto che Kevin Lukassen e Derrick sono come lui calciatori. Sei, sinora, le reti che portano la sua firma autentica. E non c’è bisogno di essere premi Nobel per la matematica per capire che circa un quinto delle reti della squadra passa dai suoi piedini fatati. Del resto la dirigenza del Sunderland, quando ha gettato le sue reti nel mare del mercato, ha scelto accuratamente il luogo, Amsterdam, sponda Ajax, dove è emerso che il ragazzo, quando ha una sfera bianconera tra i piedi, ci sa fare proprio a meraviglia. Le prove? Presenze numero 103, reti numero 42. Non sufficit? E allora ci si mettano sul piatto anche i due Europei Under 17 conquistati consecutivamente in Inghilterra nel 2018 e Irlanda 2019. Insomma, qui divergendo da De Gregori, è da questi particolari che si giudica un giocatore. E al Sunderland lo sanno.
Due tacche sotto, comunque, c’è chi ha sinora sfornato un poker di reti cadauno: è il caso di Wilson Isidor, di casa allo Stadium of Light dal 2024, Enzo Le Fee, che allaRoma non aveva proprio incantato ma qui sta trovando una sua dimensione ideale, e Chemsdine Talbi che, a parte il nome somigliante da vicino a uno scioglilingua, aveva fatto vedere cose buone al Bruges e ha alzato con il Marocco la Coppa d’Africa del 2025 dopo la vicenda del “ritiro” del Senegal dal campo di cui sono ormai al corrente anche le pietre. Totale: 18 reti sulle 32 complessive. Più della metà dei gol ha quindi il ricamo dei loro piedi. Un elemento di indubbia preziosità per un Sunderland che non vuole più tornare a respirare aria di nostalgia dopo avere realizzato il sogno del ritorno tra le grandi.
Sunderland, bisogno di continuità
Ora che contro il Newcastle ha ritrovato la posta piena, però, il Sunderland deve certificare di essersi lasciato alle spalle un periodo critico che lo aveva fatto scendere di tonalità: dallo 0-3 contro l’Arsenal allo 0-1 con ilLiverpool, dall’1-3 con il Fulham allo schiaffo preso dalPort Vale in Fa Cup. Va bene, c’è stato l’1-0 nella tana del Leeds a regalare uno scampolo di sorriso ma poca roba nel mare magnum del periodo nein. Poi, con ilBrighton, i musi lunghi hanno ripreso il sopravvento, sino al ritorno al sorriso con i Magpies. Ma dati causa e pretesto, quali sono le attuali conclusioni? Number one, il Sunderland ha bisogno di partire proprio dall’ultima vittoria per ritrovare la continuità di rendimento. Number two, per sapere come si fa gli basterà voltare la testa all’indietro e vedere il periodo in cui frequentava addirittura l’alta classifica, non lontano anni luce. Number three, siccome anche nel dorato mondo della cuoiata sfera le idee camminano sulle gambe degli uomini, il quartetto di cui sopra dovrà continuare a fare il suo lavoro di segnatura con diligenza e costanza.
Ma, qualora non avvenisse, il Sunderland si è fatto balenare l’idea di un rinforzino che tanto ino poi non è: la vista è puntata sulla Spagna, più precisamente sull‘Osasuna, orgoglio calcistico di Pamplona, il nome prescelto è il classe 2003 Victor Munoz. Ma c’è un ma grande quanto un dirigibile: anche a fronte di un’offerta alla società di 20 milioni di Euro prima lievitati di cinque poi, il giocatore ha reso noto che il suo desiderio ideale sarebbe rimanere a Pamplona. Il giocatore deve avere fatto quattro valutazioni: misurarsi sui campi della Premier League può esser bello assai, ma con vista prospettica sull’Europa. Una vista che, al momento, il Sunderland non sembra in condizione di offrirgli con il suo undicesimo posto. E, dato che l’Osasuna in Liga viaggia al decimo, il suo pensiero può essere suonato all’ingrosso così: perché spostarsi di nazione, fare nuovi documenti, trovare nuova casa in una realtà che mi fa fare lo stesso campionato di quello che sto facendo ora sul piano del posizionamento di classifica? Solum hypotesis, ca va sans dire. Ma, nel caso in cui il rifiuto fosse definitivamente certificato, il Sunderland sarebbe ben felice di fargli vedere di essere capace di frequentare i piani alti. Ci è già riuscito. E ci potrebbe riuscire di nuovo.