Per lui non è esattamente uno dei giorni migliori della sua vita. Thomas Tuchel si trova nella necessità di arginare la colata lavica di critiche e richieste di farsi da parte derivante dalla debacle della sua Inghilterra contro l‘Argentina. Vero, si dirà, l‘Argentina non è Panama o il Ghana e ha dimostrato di essere sul tetto del mondo, e di rischiare di finirci di nuovo, non per caso. Ma che dopo l’1-0 tinto di illusione autografato da Gordon la nazionale dei tre leoni non abbia più tenuto accesi i fari sulla gara spegnendoli progressivamente e facendosi al contempo abbagliare da quelli dell’albiceleste è un dato di fatto. Solo colpa del tecnico tedesco? Ni. Se alcune scelte sui cambi si sono rivelate tardive oppure inopportune, dall’altra parte occorre pur considerare che Kane e Bellingham, da un certo punto in poi, si sono comportati come turisti fai da te non andandosi a prendere un pallone uno per corroborare un 1-0 non in grado di mettere ai ripari definitivamente, perlomeno da una compagine come quella di Lionel Scaloni. E dunque le responsabilità devono essere divise a metà, perchè è pur sempre vero che un allenatore debba esistere per amalgamare a dovere una squadra ma lo è altrettanto la necessità della squadra stessa di non sedersi sugli allori di un vantaggio acquisito e di cercare subito di incrementarlo. Cosa che l’Inghilterra non ha fatto neppure in abbozzo.
Inghilterra,Tuchel: “Dopo il gol fatto siamo molto calati”
Tuchel non vive fuori dal mondo e non ha visto un’altra partita, dunque dice esattamente le cose come stanno: “Dopo l’1-0 siamo calati – è la sua valutazione che del resto riposa su un’oggettività non confutabile a meno di avere visto la partita con le fette di salame sugli occhi – eravamo sempre più passivi, non si trattava di un problema strutturale”. Non vi è però un’ombra di mea culpa, anzi, vi è un’apertura all’ironia che, probabilmente, si sarebbe potuto risparmiare perché anche i tifosi hanno diritto di tribuna anche se non si sono mai seduti su una panchina: “Capisco che ci siano discussioni in corso su di me – afferma- e che a fine gara ci siano milioni di allenatori che ne sanno più di me“. Una gara storta può capitare, ma Tuchel. nella sua disamina, omette anche solo di capire il perchè si sia verificata quella flessione limitandosi a prenderne atto. E non ci sta l’affermare che tanto quello che è stato è stato. Sei un tecnico e il minimo che tu possa dovere ai milioni di inglesi che hanno seguito la nazionale con passione e voglia di vederla vincere è di spiegare perché, almeno a tuo avviso, si è creata l’ecatombe. Insomma, Tuchel non deve seguire la filosofia dei positivisti di Auguste Comte che sanciva la sola necessità della descrizione senza flettere verso una almeno tentata spiegazione ma doveva inoltrarsi sul territorio delle cause della debacle. E si è guardato bene dal farlo. Quanto al fatto che ci siano “milioni di allenatori”, non sono milioni di allenatori ma sicuramente di persone che non si accontentano di sentire un tecnico dichiarare ciò che loro hanno già visto benissimo con i loro occhi. E, dunque, occorre prendere atto che la domanda fondamentale, quindi, perché l’Inghilterra ha avuto quella flessione di rendimento al di là della certificazione di un dato oggettivo inoppugnabile sia rimasta inevasa”.
Inghilterra, Tuchel, richieste di dimissioni
Il tono è del tecnico che sa di avere praticamente le ore contate. Ha portato l’Inghilterra tra le prime quattro formazioni a livello planetario, ma non è riuscito a farsi amare dal popolo albionico. Forse proprio anche per questa concessione al mettere la polvere sotto il tappeto derubricandola a incidente di percorso (che, per carità, nel calcio come nella vita è sempre in agguato) ma, appunto, astenendosi anche solo dal tentare una disamina del perché. Si è, insomma, fermato all’effetto senza risalire alla causa. E se i rapporti causa- effetto sono il pane quotidiano degli scienziati, soprattutto quelli intenti a occuparsi della regolarità dei fenomeni fisici, lo dovrebbero essere anche degli allenatori. Tuchel non deve certo occuparsi della galileiana caduta dei gravi. Ma sulla caduta dell’Inghilterra in modo tutto sommato inglorioso non può nicchiare. E anche per questo vi è una nutrita schiera di inglesi che gli stanno ora chiedendo di compiere un passo indietro.
Inghilterra, chi è mancato all’appello
Va bene, Kane e Bellingham non hanno brillato nell’atto più importante, diciamo quello decisivo. Ma questo non può andare a cancellare un Mondiale in cui comunque hanno portato la loro acqua al mulino. Ci si sarebbe atteso che altri lo facessero come loro, magari non sottoforma realizzativa ma di un gioco maggiormente incisivo. Un nome per tutti, Declan Rice che è parso veramente discontinuo e poco convincente. Si doveva chiamare qualcun altro, Foden, Alexander- Arnold o Calvert- Lewin? Nomi se ne possono sciorinare a migliaia e ci si può sbizzarrire come se si trattasse di unire i puntini di un gioco enigmistico. C’erano i calciatori che c’erano, e qualcuno di essi ha reso al di sotto delle attese. Ci può stare anche il sostenere che magari Tuchel non abbia interpretato in modo cristallino la missione di motivatore che ogni allenatore dovrebbe prendersi sulle spalle al di là del suo lavoro di organizzatore- conducator tecnico-tattico. Ma. di nuovo, sono i giocatori a frequentare il rettangolo verde. E ora? La parola d’ordine, in Inghilterra, è resettare. La squadra non riparte da zero, nel senso che comunque è arrivata laddove Germania e Olanda non sono riuscite a spingersi. Questione dell’unità di misura che si adotta. Se è quella dell’o victoria o muerte, Tuchel ha senza dubbio fallito, se è quella del dire che comunque si è nel salotto buono, ha adempiuto la missione. Ma questo non significa non dover dare spiegazioni, o doverle dare minimaliste o minimali, di quanto è accaduto. Gli spettatori e i tifosi non sono allenatori. Ma hanno comunque il diritto di pretendere spiegazioni. Sinora non avute.